DATI
Porti italiani, 510,8 milioni di tonnellate nel 2025: cosa dicono i dati Assoporti a chi importa ed esporta
I porti italiani hanno movimentato 510,8 milioni di tonnellate nel 2025, +3,5%. Cosa dicono i dati Assoporti a chi importa ed esporta via container e ro-ro.
Redazione · 14 maggio 2026
I porti italiani hanno chiuso il 2025 con oltre 510,8 milioni di tonnellate di merci movimentate, in crescita del 3,5% sul 2024. Il dato arriva dalle statistiche annuali di Assoporti, l’associazione delle Autorità di sistema portuale, pubblicate a maggio 2026. Per chi importa ed esporta, il messaggio è duplice: il sistema regge, ma la crescita si concentra dove passano anche le tue merci, e la capacità non è infinita.
Quali traffici sono cresciuti di più?
I numeri: come riportato da Supply Chain Italy sulla base dei dati Assoporti, la crescita del 2025 è diffusa su tutti i segmenti:
- Container: +7,1%, verso quota 13 milioni di TEU. È il segmento che riguarda la maggioranza delle PMI manifatturiere che comprano o vendono oltremare.
- Ro-ro: oltre 122 milioni di tonnellate. Le “autostrade del mare” confermano l’Italia come snodo dei collegamenti mediterranei: rilevante per chi spedisce verso isole, Spagna, Grecia, Nord Africa e Turchia su semirimorchio.
- Rinfuse solide: +7,1%; rinfuse liquide: +1,8%. I flussi di materie prime ed energia, la parte del traffico che il committente tipico non vede ma che occupa banchine e fondali.
Perché una PMI dovrebbe guardare questi numeri?
Perché il porto è il punto della catena logistica dove il committente ha meno controllo e più esposizione. Tre letture pratiche.
La crescita dei container si sente ai terminal. Un +7,1% di TEU significa più navi, più picchi di scarico, più pressione su gru, piazzali e autotrasporto portuale. Nei momenti di punta questo si traduce in attese per il ritiro dei container e nel rischio di controstallie: i giorni franchi concessi dalle compagnie per riconsegnare il contenitore si consumano in fretta quando il terminal è congestionato. Chi importa con regolarità dovrebbe chiedere al proprio spedizioniere i tempi medi di svincolo sullo scalo che usa, non quelli teorici.
La scelta dello scalo è una scelta di rischio. Il sistema portuale italiano è policentrico: nessuno scalo domina come Rotterdam domina il Nord Europa. Per il committente è un vantaggio: se la tratta abituale si congestiona, esistono alternative reali. Ma le alternative vanno preparate prima, verificando con lo spedizioniere quali rotazioni delle compagnie toccano scali diversi e cosa cambierebbe nei costi di inoltro terrestre.
Il ro-ro è un’opzione sottousata. Oltre 122 milioni di tonnellate su rotabili dicono che l’intermodale marittimo è un mercato liquido e maturo. Per flussi regolari verso Spagna, Grecia o Turchia, la combinazione strada più nave è spesso competitiva con il tutto-strada, con in più la protezione dai vincoli di guida e, per le tratte nazionali, dai giorni di divieto. Molti committenti non l’hanno mai quotata.
E lo sdoganamento?
Più volumi ai terminal significa anche più pratiche negli uffici doganali degli scali. Il tempo di attraversamento di un porto per un container import non è fatto solo di gru e piazzali: comprende lo svincolo doganale, gli eventuali controlli documentali o fisici e, per le merci soggette, i controlli sanitari e fitosanitari. Sono passaggi che il committente non governa direttamente, ma su cui può incidere a monte: documentazione completa e coerente, classificazione doganale corretta, operatore doganale che conosce lo scalo. Le pratiche che si bloccano sono quasi sempre quelle con documenti incompleti, non quelle sfortunate. Chi importa flussi regolari dovrebbe inoltre valutare con il proprio doganalista gli istituti che spostano lo sdoganamento fuori dal picco portuale, come le procedure semplificate e lo sdoganamento presso luogo approvato: con i volumi in crescita, ogni ora sottratta al terminal vale denaro.
Cosa non dicono questi dati?
Due avvertenze di metodo. Il tonnellaggio complessivo è dominato da rinfuse ed energia: la crescita del totale non implica automaticamente più efficienza per il singolo container di componenti meccanici. E i dati sono aggregati per sistema portuale: dentro lo stesso +3,5% convivono scali in forte crescita e scali fermi. Per le decisioni operative conta lo scalo che usi tu, e i dati per singola Autorità di sistema portuale sono pubblici sulle pagine statistiche di Assoporti.
C’è infine il contesto internazionale, che i numeri del 2025 incorporano senza mostrarlo: le rotte marittime globali restano esposte a tensioni geopolitiche e deviazioni che allungano i transiti e spostano i flussi tra Mediterraneo e Nord Europa. La tenuta degli scali italiani in questo quadro è una buona notizia per chi ci opera, ma nessuna serie storica protegge dal prossimo shock: la resilienza vera, per un’azienda, sta nelle alternative preparate prima.
Perché ti riguarda: in pratica, tre azioni da questi numeri. Primo: chiedere allo spedizioniere i tempi reali di svincolo e riconsegna sui tuoi scali, perché con i volumi in crescita i giorni franchi diventano il primo costo nascosto dell’import. Secondo: mappare almeno uno scalo alternativo per le tue rotte principali prima di averne bisogno. Terzo: far quotare il ro-ro sui flussi mediterranei regolari. E ricordare che il costo del passaggio portuale dipende anche da chi lo paga per contratto: la ripartizione è scritta nei termini di resa, spiegati nella nostra guida agli Incoterms 2020.